Considerazioni di Paolo Ranieri in vista dell’iniziaziativa al Grimaldello

“Se non esistessero le prigioni sapremmo di essere tutti in catene”
(Maurice Blanchot)

La
storia della  segregazione, intesa
non  più come misura cautelare in attesa
della sentenza, ma come pena in sé, e, ormai, come unica pena, è la storia
della società urbana, fondata sulla libertà virtuale e sulla prigionia reale di
chi è obbligato a liberamente vendere la propria vita sul mercato sociale, per
poter comprare la vita altrui. Il carcere nasce e cresce a fianco di questa pseudolibertà,
precisamente come indice del limite di quella libertà, come cicatrice della sua
mutilazione. La sua presenza, compressa per decenni entro i muraglioni oscuri
delle grandi carceri giudiziarie metropolitane,  si frammenta e si insinua in ogni angolo della
vita sociale, precisamente negli ultimi decenni, allorché la libertà civica, da
oggetto destinato ad un consumo parziale, viene ulteriormente ridotta ad
oggetto di una contemplazione di tipo mistico. La libertà, che si fondava su
uno spazio intangibile di vita intima, e uno spazio condiviso di vita pubblica,
è stata una volta per tutte sostituita dal suo sacrificio rituale nell’adesione
alla socialità totale delle merci e delle norme. Ma paradossalmente, il carcere
lungi dal perdere la propria funzione una volta che la libertà è evaporata
lasciando il posto alla sola vigilanza reciproca, viene riconvertito ad un
nuovo impiego: non più come minaccia incombente sulla libertà vigilata, non più
come opposto della libertà permessa, ma come vero e proprio paradigma della
vita sociale, rispetto alla quale l’infelice cittadino, ormai privato di tutto,
è chiamato a percepirsi eternamente “in permesso”. Un permesso sempre
revocabile, per i più imperscrutabili motivi, ad opera di funzionari
inconoscibili e a loro volta sprovvisti di una visione complessiva del
processo. Dove tutti, come a Norimberga, possono in tutta sincerità dichiarare
di avere semplicemente obbedito agli ordini, e non si scorge in nessun luogo
chi quegli ordini dovrebbe averli emanati. Anzi, il più delle volte, è
impossibile persino prendere visione del testo di quegli ordini, dispersi e
dissipati in cento provvedimenti amministrativi, dall’aspetto anodino e
dall’apparenza inoffensiva. Si è prodotto in questi anni recenti, in altre
parole, un duplice slittamento: da un lato, si è sfumato, e tenderà a sfumare
ogni giorno di più, il carattere di classe della carcerazione, nel senso che
nessuno è più privilegiato al punto da potersi pensare fuori dal riflettore
della legge. I colletti bianchi sono sporchi al punto da consentire con sempre
maggiore difficoltà di distinguerli dai colletti dalla tinta più plebea. La via
per rimanere dalla parte giusta, dalla parte comoda dei cancelli, consiste
sempre meno nella “condizione”, nella “nascita”, nel “censo”, e sempre di più
nell’adesione attiva ai sistemi di consolidamento sociale. Per non finire in
galera, non basta agire in conformità con le leggi, obbedire silenziosamente e
probamente: è richiesta un’attività POSITIVA di riconoscimento e di
riproduzione dei sempre mutevoli schemi sociali. Occorre aderire CON ENTUSIASMO
a leggi che mutano ogni giorno, e sul cui senso è sempre meno lecito
interrogarsi. Interi pacchetti legislativi – si pensi a quelli contro la droga,
si pensi a quelli contro il tifo organizzato, o a quelli contro l’uso del
contante nelle transazioni, o a quelli contro la libera revisione storica, o a
certe norme del codice della strada – rendono fuorilegge fasce immense della
popolazione. Ma il solo riconoscere questo dato di fatto, per tacere del
pretendere di discuterne la legittimità, o l’utlità, o addirittura il senso, è additato
come indice di pericolosa antisocialità. Indagare le ragioni di qualsiasi
condotta viene equiparato a una giusitificazione della medesima: il delitto
DEVE mantenersi  inspiegabile e
inspiegato, continuamente descritto, ma descritto in quanto già condannato. In
questa maniera il pubblico giudizio, che era stato concepito come momento di
riflessione della società su sé stessa (beninteso, con il fine di rinforzare le
gerarchie vigenti), si Fa momento di affermazione assoluta del già scritto, del
già detto, del già accaduto. E infatti non accade più che il reo possa
sfruttare il processo per pronunciare parole memorabili che ne fissino la
memoria oltre la condanna, o addirittura ne ribaltino le sorti. E per ottenere
questo non è più necessario come nelle vecchie e patetiche dittature svolgere i
processi di nascosto, nell’oscurità. Anzi , la visibilità televisiva, lungi dal
dare risonanza alle parole dei condannati, le insterilisce in un
chiacchiericcio insipido, dove tutti i delitti appaiono ben misera e futile
cosa. E tutti i soggetti coinvolti, istituzionali e convenuti, appaiono
ugualmente meritevoli di compassionevole disprezzo.

La,
nasce insieme con la società del capitale. Insieme con l’idea che si può
tranquillamente costringere non i soli reietti, non i soli reprobi, ma l’intera
popolazione a stare dove non ha scelto di stare, a fare ciò che non ha scelto
di fare. Il carcere come lavoro forzato o in alternativa come ozio forzato –
sempre e comunque per una decisione presa da altri- è il perfetto riflesso dell’obbligo
al lavoro salariato e della proibizione crescente di ogni attività non
economica e non sottoposta al sistema delle norme, cui nello stesso periodo
tutta la popolazione, dapprima in occidente, ormai nel mondo intero, è stata
obbligata.

E’
quindi ragionevole la conclusione per cui, osservando il carcere, si ha la
possibilità di vedere, su piccola scala, e con la possibilità di meglio
identificare i differenti processi, il funzionamento della società e le sue
prospettive.

Ad
esempio, verificando l’adeguamento del modello panottico nato nelle carceri e
prontamente adattato alle officine, alla modernità. Ricordiamo che il fine
dell’architettura panottica era triplice: consentire un’osservazione continua
del detenuto; impedire, dall’altro la concentrazione perpetua di tutti gli
sguardi verso un centro rappresentativo della fonte del potere (e non è davvero
un caso che a San Vittore, tale centro fosse occupato e tuttora sia occupato
dall’altare della messa, con un simpatico Cristo crocifisso per ammonire e
rabbonire, minacciare e consolare). Oggi tale compito, a fianco delle vecchie
architetture mai dismesse (la
Santé, Marassi, Sing Sing, Regina Coeli, le Baumette,
Perrache, Dartmoor, e tantissime altre) – perché è rieducativo avvertire i
mille e mille che ti hanno preceduto come pure i mille e mille che, nei disegni
dei programmatori sociali, dovrebbero seguirti – è svolto naturalmente dal
sistema televisivo. Mentre in ogni cella lo sguardo è catturato
dall’apparecchio spettrale (ricordo ancora vent’anni fa quando gli apparecchi
erano in bianco e nero – magari lo sono ancora. Per fortuna mi mancano
informazioni di prima mano – il baluginare azzurrino fuori delle bocche di
lupo, la notte, in perfetto connubio con l’intermittenza dei fari e con il
pendolare delle sentinelle) – un tempo, le brande erano disposte in circolo
così che gli oziosi potessero guardarsi in viso mentre fantasticavano, oggi
sono disposte parallele nel senso della voce del padrone; nei corridoi e talora
nelle celle stesse le telecamere riportano a un’unità centrale ogni moto, ogni
palpito. Osserviamo di passata che – allorché trent’anni fa si principiò a
introdurre le telecamere a circuito chiuso nelle carceri si levarono, dentro e
fuori, in Italia e negli altri paesi, vibrate anche se sterili proteste. Oggi
telecamere analoghe invadono spazi, chiamati “liberi” per definizione, liberi
perché fuori dal circuito della pena, e non solo il silenzio prevale, ma se
qualcuno parla è per reclamare una capillarità più perfetta del controllo e
della repressione. Grazie al meccanismo televisivo, il panottico è balzato fuori
delle muraglie delle carceri per invadere e sopprimere ogni spazio pubblico e
privato. E d’altronde la galera non è precisamente il luogo dove sono
cancellati l’uno e l’altro, il pubblico e il privato, la libertà di essere
visti e ascoltati, e la facoltà di non essere veduti, di non essere ascoltati?

A
mano a mano che il totalitarismo sociale si perfeziona e si compie, la ragione
d’essere del carcere si sposta sempre di più nelle relazioni sociali dei
cosiddetti liberi, cui si fa pervenire in mille modi il messaggio che, per
tutti, la libertà è insieme vigilata e provvisoria. La libertà è divenuta una
merce che può essere non acquistata e tanto meno posseduta, ma unicamente
ricevuta in comodato, alla maniera delle carte di credito. Esattamente come
ciascuno viene sospinto con tutti i possibili artifici ad indebitarsi per
pagare a rate tutta la vita le condizioni più banali di esistenza. Ugualmente
il cittadino deve adempiere giorno dopo giorno a una serie crescente di
obblighi meschini ed astrusi per guadagnarsi il titolo di “opinione pubblica”,
per poter essere colui che stigmatizza e reclama la galera per gli altri, prova
visibile che, anche per oggi, non gli tocca la sorte nefanda dello
stigmatizzato, dell’emarginato, del senza documenti, del carcerato.

Esattamente
come a scuola, dove conquistare il ruolo abietto del capoclasse, quello che
divideva in due con il gessetto, la lavagna, e divideva a destra e a sinistra i
buoni e i cattivi. ti garantiva a priori di non finire tu stesso nell’area dei
cattivi, la corsa alla collaborazione, allo spionaggio, all’autoredenzione, al
pentimento, alla dissociazione, alla socializzazione, è inesausta.

D’altro
canto, l’esaurimento definitivo della lotta di classe, non è stato
preannunciato precisamente nelle carceri dal “trattamento individualizzato”,
sorta di contrattazione individuale, in cui ciascuno può illudersi, se
sufficientemente abietto, di meritare una carezza dei superiori. D’altro canto,
occorre essere consapevoli che solo soggetti che mantenevano un sufficiente
profilo soggettivo, un’identificazione salutare con il proprio corpo, potevano
validamente percepirsi come classe, partecipare di un corpo collettivo senza
sentirsi perduti, invisibili, irrilevanti. Con il montare della società di
massa, preannunciata più ancora che dalle grandi fabbriche, dalle stragi
insensate del primo conflitto mondiale, progressivamente gli sfruttati hanno
visto crescere dentro di sé una fame insoddisfatta di individualità, di
unicità. Affondato il Sessantotto sotto il peso della sproporzione fra desideri
sconfinati e forze ancora acerbe, è stata la società delle apparenze
mercificate ad imporre la propria risposta. Parafrasando la nota barzelletta,
il carcerato ammesso al trattamento differenziato può dire che “prima nessuno
sapeva chi ero, nemmeno io; oggi finalmente risulta chiaro a tutti che sono una
merda”. Il mirabile progresso! Naturalmente, una delle conseguenze, e non delle
meno tragiche, del principio di individualizzazione della pena, consiste in una
crescente psichiatrizzazione della condizione detenuta. D’altronde, a mano a
mano che la società perfeziona la propria natuta totalitaria, (la società
totalitaria, erede di Dio, in quanto tendenzialmente infinita, pretesamene
eterna, ne rivendica tutti gli attributi, non esclusa l’infinita bontà) le
condotte antisociali vengono percepite, proprio come in quell’Unione Sovietica
il cui modello non cessa di essere studiato, imitato e segretamente ammirato,
indice di malattia mentale, di rifiuto irragionevole del bello, del buono, del
socialmente condiviso, in favore dell’oscuro, del malvagio, del turpe. Con un
vocabolo caro alla psichiatria criminale statuinitense, del “sociopatico”, così
definendo colui il quale ha un rapporto malato (leggi: non integralmente
sottomesso) con la società.

 Cui corrisponde il meccanismo chiamato della
“tolleranza zero” che indica la sussistenza di un unico filo che lega fra loro
tutte le trasgressioni, dal divieto di sosta fino alla strage di massa. E che
perciç stende un certificato penale (quella che l’ingenuità infantile del
popolo chiama ancora la “fedina penale”) in cui la multa per divieto di sosta è
il primo gradino per l’ergastolo per somma di recidive. Se unica, totale è la
società, unica e totale deve per forza essere anche la trasgressione.

Fra
l’altro la questione dell’isolare sorge con il concetto di recidiva, cioè con
l’idea che i criminali siano tali più che altro "per tendenza",
quindi sia possibile individuarli,  e non
"per cattiveria", cioé quando la questione dal piano religioso é
scivolata in quello scientifico (si pensi a Lombroso). La fine della lotta di
classe, perciò, finisce per riesumare il concetto, che pareva da due secoli
accantonato, di “classi pericolose”. Gli infelici proletari che avevano
rinunciato a ogni cosa, prima fra tutte la dignità, pur di accedere alla
condizione di soggetti singoli, di cittadini consumatori, si ritrovano così
risospinti verso una  classificazione di
massa,  in cui la condizione di non
reprobo, di tollerato, va acquistata ad un prezzo non solo altissimo e tuttavia
sempre crescente, ma che non viene mai precisamente comunicato. Parafrasando
l’indimenticato Sergio Carlini, “quando tu monti sul 15 a Nervi, la legge è già a
Caricamento” Corri, compagno: dietro di te, più che il vecchio mondo, sta il
nulla, che avanza per inghiottirti.

Ed
ecco miserabili infelici sventolare i propri diritti di cittadinanza, che soli
li separano dal mondo dei reietti, dei senza documenti. O a cercare di
procurarseli come tanti centroamericani che si arruolano per massacrare gli
iracheni, e magari per finirne massacrati, in cambio della promessa di una
carta verde che li promuoverà ad ultimi dei primi, degni di essere schifati
come statunitensi fra gli statunitensi. Ridotti a percepirsi come naufraghi,
tutti si calpestano reciprocamente, senza vedere in nessun luogo delle
scialuppe di salvataggio, ma deducendone la presenza precisamente dal trepestio
montante. Se tutti si battono gli uni con gli altri per avanzare, vorrà pur significare
che in fondo sta la via d’uscita, la salvezza, non è così?

Notiamo
come – dalle indagini su Abu Ghraib – sia emerso come un numero cospicuo, forse
maggioritario, dei militari Usa in Iraq provengano o dalla categoria delle guardie
carcerarie o da quella dei detenuti scarcerati sulla parola. La galera si
estende come un cancro della pelle sulla superficie del mondo, alimentata ormai
dai meccanismi stessi che un tempo avevano chiamato alla sua distruzione.

Per
gli stessi motivi per cui osservare il carcere permette, a chi ha a cuore la
libertà, di leggere e decifrare i processi profondi della società, riportare al
centro dell’attenzione i meccanismi della legge, che trovano nel carcere il
proprio coagulo, come quotidianità oppressa di parecchi, e come minaccia
permanente alle possibilità di tutti, appare come un passaggio indispensabile
per rimettere in circolo quella critica
pratica dell’esistente, di cui si avverte un’urgenza non più differibile. Il
carcere è un tema che conduce, per la sua stessa natura, ad interrogarsi sulla
questione della libertà e a concludere che non è possibile giustizia senza
libertà. E che la libertà, con buona pace di Giorgio Gaber, è precisamente uno
spazio libero, vale a dire il contrario di una galera. Uno spazio in cui si è
presenti insieme, ma ciascuno distintamente, indipendentemente, in quanto portatori
di un’esperienza unica, di un punto di vista insostituibile, di un corpo
proprio, dotato di ragioni che non possono essere sommate con quelle di nessun
altro.

 Alla condizione del carcerato, e del carcerato
sociale cui ciascuno è forzatamente ricondotto, di soggetto asservito alla
panoplia dei bisogni, soddisfatti malamente a rate e pagati in buoni e pronti contanti,
occorre contrapporre la condizione realmente umana, che è una condizione di
singolarità concorde, la cui liberazione non può che essere individuale e non
può essere praticata che collettivamente. Questo è il senso dell’essere
compagni come nelle grandi avventure proletarie del passato, fratelli come a
Soledad. Non già fratelli perché figli di un unico Dio, affratellati dalla
disgrazia e dalla disfatta, ma fratelli in quanto protagonisti della messa in
comune, di tanti sogni quanti sono i viventi.

Un
discorso di solidarietà con i detenuti non può per conseguenza essere meno di questo.

D’altronde
la crescente introduzione delle nuove tecnologie, come il braccialetto
elettronico, e delle figure penitenziali ogni giorno più innovative, quali il
semilibero, il lavoratore all’esterno, l’internato, rende sempre più sfumato il
punto di discrimine fra chi sta dentro e chi sta fuori. E d’altra parte, come
bene indica il paradosso delle manette, una mano per il detenuto e una per il
poliziotto, carcerare qualcuno è in certo modo carcerarsi con lui, ammanettarsi
alla sua sorte. La crescita del numero dei detenuti, fenomeno rilevabile i n
tutti i paesi avanzati, moltiplica l’infiltrazione della pena nella vita di
ciascuno. Questo fa da perfezionamento al discorso della Tolleranza zero,
intesa a condurre i civili su un terreno penalmente malfermo, attraverso i
canali del codice della strada, della legislazione sulle droghe, della
psichiatria, della legislazione familiare, di quella fiscale, e così via. L’attacco
in corso contro le nuove “classi pericolose”, immigrati, drogati, non assimilati,
cela la volontà di colpire, in effetti, quelli che in gergo coatto si chiamano
i “civili” oppure i “regolari”, coloro che pretenderebbero di sussistere senza
essere né guardie né ladri, né carcerati né carcerieri, né con lo stato né con
l’antistato. Viceversa si vuole condurre chi coltiva queste illusioni a
percepirsi come un individuo ambiguo, che non ha fatto la sua scelta, che,
visto che non indossa una divisa, sopravvive in un limbo sempre meno garantito.
Come nel Settecento quando chiunque non appartenesse visibilmente a qualcuno,
poteva essere sempre arruolato nella Marina britannica (senza far caso al fatto
che non solo non era marinaio, ma neppure inglese) o carcerato per
vagabondaggio. Al lavoro forzato, si sostituisce oggi l’ottemperanza forzata: ottemperanza
che tuttavia non basta a garantire nulla, offre unicamente delle speranze
revocabili in ogni momento. Il mondo ha cambiato di base, ma non nel senso
sperato da Eugene Pottier: i rappresentanti del potere lungi dall’essere eletti
e revocati dai loro elettori, sono essi a scegliere chi della massa merita di
votarli, merita di obbedire, e chi va semplicemente rottamato nei Cpt, nelle
galere, nei manicomi.  Direttamente ammazzato,
come a Gaza o in Cecenia, o nelle favelas di Rio. Questo conduce al costituirsi
ormai visibile di una casta di pretoriani, formalmente sottomessi ai vari imperatori
di cartapesta, ma di fatto capaci di tenere in ostaggio chi recita il ruolo del
leader, con la più brutale delle minacce. D’altra parte, a proposito
dell’omertà concorde sulla Diaz e su Bolzaneto, Giuliano Amato non ha ammesso
che la causa va ricercata nel franco timore di pestare i piedi alle forze
dell’ordine. Un timore non già politico, ma fisico. La deriva mafiosa del potere
d’altra parte, riproduce precisamente il fenomeno che sta all’origine della
nascita della mafia, vale a dire l’autonomizzazione materiale, politica,
economica, culturale, del ceto dei campieri rispetto ai baroni che li avevano
assoldati. I padroni possono farci guadagnare di più, forse, ma mai quanto
potremo guadagnare se li sostituiamo. E, infatti, in tutte le società moderne,
il ruolo del leader, sempre più spesso ereditario (India, Usa, Grecia), viene
svolto o da un uomo di spettacolo (Usa, Italia, Thailandia), ideale per essere
la misera marionetta in mano ai poteri che gli stanno alle spalle, o da un
poliziotto, sovente dei servizi segreti (Israele, Russia, Usa). E d’altra parte
la montante identificazione della società con i suoi poliziotti è perfettamente
visibile al cinema e in tv, dove è difficile comprendere se sia il cittadino ad
essere un distillato del poliziotto, o il poliziotto un distillato del
cittadino. Ma è visibile anche nella quotidianità: nelle stazioni si vedono più
poliziotti che ferrovieri, negli ospedali più poliziotti che infermieri, negli
stadi più poliziotti che non dico atleti ma anche semplicemente bibitari.
Entrare nella sede di qualsiasi azienda o ente, che si rispetti,
indifferentemente se pubblico o privato, presuppone la consegna di documenti,
spesso la verifica delle impronte, non di rado una perquisizione. Chiunque non
sia relegato nell’oblio del salariato, sfoggia una scorta personale, sovente
pagata di persona, meglio ancora se offerta dalla società. E tutti costoro sfrecciano
e sostano, indifferenti ai divieti cui ogni altro è relegato. L’immagine del
potere è essa stessa poliziesca. E difatti nei soggetti dei ceti subalterni
dotati di un’inclinazione maggiormente canina, l’indossare la divisa diviene il
sogno massimo, il segno visibile dell’obbedienza. E d’altronde anche i
sedicenti disobbedienti, per sfuggire all’inconsistenza, si erano di buon grado
acconciati in una loro particolare uniforme, col risultato essi pure di
obbedire alle loro miserabili gerarchie e di pretendere obbedienza a loro volta
fra i non omologati.

Il
carcere in questo quadro muta di segno, da luogo a parte, rifugio di una
microsocietà precapitalista ferocemente antagonista e refrattaria
all’omologazione, si va modificando trent’anni orsono all’epoca del crinale fra
vecchia opposizione di classe e affermarsi della società totalitaria.

 Perché però é indispensabile non
si apra un nuovo fronte solidaristico, a fianco dei molti che impestano il
panorama, occorre che da una parte si affermi una visibile auto-organizzazione
dei detenuti, senza la quale essi saranno sempre fantasmi, che ciascuno può a
proprio comodo evocare col pentacolo dell’ideologia; e dall’altra parte, che si
principi ad affrontare teoricamente e praticamente il ruolo della legge nel
mantenimento dell’ipnosi sociale presente.

La via d’uscita per il singolo
detenuto rimane sempre e solo l’evasione, segando sbarre, annodando lenzuola,
sequestrando guardie, facendosi prelevare da commando d’evasione composti da
mici loro e della libertà, nascondendosi nei bidoni della spazzatura,
tuffandosi dalle navi e dalle isole, scavalcando le transenne nei tribunali, e
avanti così. La situazione che esiste all’esterno é preparata ad affrontare
tali evenienze: io direi per nulla.

Negli anni 1972-1975 una grossa spinta
all’armamento di massa e alla clandestinità fu determinata dall’esigenza di
fare fronte alle crescenti richieste di liberazione che provenivano dalle
carceri. E che, per un periodo di qualche anno, i risultati furono francamente
lusinghieri: tanto che io daterei il principio del tracollo del movimento (che
già dava segni di stanchezza e di autoreferenzialità) nell’estate del 1977, con
il blitz del putrido Dalla Chiesa che isituì le carceri speciali.

Se, come io credo, mancano i
presupposti per affrontare in quel modo la questione-carcere, occorre rendersi
conto che le possibilità di uscita per i detenuti sono affidate alle
circostanse individuali. Questo fa sì che le prospettive attuali di un
movimento contro il carcere sono assai modeste, giacché il tema-chiave per i
carcerati é la libertà, e solo chi prospetta libertà viene preso sul serio da
chi non sia in preda al misticismo da lunga carcerazione. Già molto diverso
sarebbe stato se l’attacco contro il carcere di Marassi avesse avuto un
successo, anche solo parziale: innanzi tutto, la notizia che é
stata quasi censurata avrebbe avuto una centralità e una risonanza differenti
(teniamo conto che i detenuti sono esposti al filtro dei media quasi
integralmente, e non dispongono di nessun altro strumento significativo di
conoscenza, salvo che per ciò che attiene il microcosmo carcerario), e il
movimento si sarebbe posto visibilmente come interlocutore credibile per la
brama di evasione che attraversa tutti i detenuti non completamente appecoronati.

Ora, se si reputa urgente
riportare al centro dell’attenzione, la questione della distruzione del
carcere, della liberazione di chi vi si trova, é dunque indispensabile radicare
una critica della legge in tutte le
sue angolazioni e a tutti i livelli. Solo nella misura in cui questo movimento
crescerà in una prospettiva radicalmente antilegale (che non vuol dire
necessariamente e sempre violenta o illegale: significa comunque riconoscere
nel principio e nella sostanza della legge il cuore della società che si vuole
abolire) é pensabile che non solo l’assalto alle carceri divenga una costante
dell’azione di massa, ma i detenuti tornino ad essere . com’é normale che siano
– interlocutori e protagonisti del movimento. Ciò avrebbe per corollario di
indebolire il ricatto legale esercitato oggi, perché la prospettiva di essere
carcerati perderebbe parte della propria ineluttabilità.

Il cammino della solidarietà
risulta quindi piuttosto lungo e difficile: ma d’altra parte mi pare poco
avveduto ipotizzare scorciatoie impraticabili, col risultato di favorire la
delusione e lo scoramento

A parte abolire il carcere, é
difficile trovare alternative intelligenti.

Credo però che il criterio
fondamentale consista nell’attribuire ai detenuti il giudizio su ciò che è
o non é meglio della galera. Posso dire con ampia esperienza
personale che non é affatto vero che il carcere sia il peggio. Gli
arresti domiciliari, il lavoro all’esterno, etc, sono meglio o peggio a
seconda di infinite variabili che ciascuno valuta secondo criteri propri. Il
primo aspetto fastidioso della condizione detenuta é il fatto
che altri stabiliscano e operino per il tuo bene: questo fatto é appena
meno odioso del suo contraltare, cioè che ci sia chi (giudici, guardie,
carabinieri, partilese) opera per il tuo male.

Vi faccio osservare solo un
dettaglio: di detenuti il sistema italiano ne regge qualche decina di
migliaia, forse sessantamila, non di più. Magari di braccialettari ne
reggerebbe un milione o dieci milioni. Chiaro viceversa che, a livello del
singolo, ci sarà chi troverà la maniera di mettere il
braccialetto a un tubo di stufa ed uscir fuori per svaligiare casa vostra, ma questa
é semplicemente una nuova forma di evasione per una nuova forma di
galera. La libertà é altra cosa.

Non sono la polizia, i giudici,
le guardie a carcerare la gente, ma il cittadino che lavora, produce, consuma,
tiene famiglia. Loro fanno il nostro lavoro sporco: lo fanno per noi e anche
per sé stessi. Il punto non é la sensibilità dell’uno o dell’altro – molti sbirri,
ve lo garantisco, sono meno luridi di molti elettori di sinistra, di molti
"antagonisti" – ma i ruoli. PUò venire il momento in cui per liberare
l’umanità, occorre venire alle vie di fatto con le cose e il loro mondo: in
quel momento é più urgente che muoia la guardia piuttosto che il postino, il
giornalista piuttosto che il giornalaio. Ma, da un punto di vista morale,
valgono tutti lo stesso, guardie e benpensanti, padroni e operai, preti e
credenti, studenti e professori, attivi e passivi. Tutti vittime e tutti
complici

l’idea che il
"delinquente" (e, per i più analitici, i responsabili dei
vari ordini di reato, contro il patrimonio, razziale, sessuale,
dei colletti bianchi…) viene percepito come una persona, magari ben
camuffata nella società, ma in sostanza diversa da tutti gli altri, e
perciò condannabile e isolabile dai"normali". DIscorso
omologo e in prospettiva coincidente con quello dei malati di mente, che devono
essere curati non importa come. Infatti scopo della cura é dimostrare
l’esistenza della malattia, e scopo della malattia é dimostrare l’esistenza
della salute mentale. Salute mentale, e il circolo si chiude come una
garrota del pensiero, che é quella che abbiamo noi. Idem, scopo del carcere e di
tutti i suoi braccialetti, é dimostrare l’esistenza, per ogni altra via
impercettibile, della libertà, di cui il non-carcerato gode, e DEVE
GODERE, se non vuole a sua volta divenire uno spostato, meritevole di pena, un
diverso, un reietto e un potenziale reo. Naturalmente questi
meccanismi paiono ben attagliarsi al fantozziano filisteo che pendola
fra la casa-cripta e l’azienda-cimitero, tranistando
di tempo in tempo dallo stadio-ossario e dal pub-loculo. Sembrano le cose
che pensano gli altri, quelli che votano il Berluskone e si raspano
per l’indecorosa Claudia Schiffer o per altri grumi di patina da
copertine: non é così, in realtà.

Le stesse cose le pensano un buon
numero di antagonisti (antagonisti più che altro al pensiero critico)
che semplicemente considerano che il reo non é lo scippatore ma il padrone
inquinatore, non la puttana nigeriana, ma il pappone albanese, non lo
sporcaccione da vespasiani, ma il ricco pedofilo internazionale (sazio di
tutti i vizi- quante volte l’ho sentita questa!!!), e ancora il
poliziotto violento e lo skin razzista e il professore negazionista. Ogni
normalità si crea i propri delinquenti da braccialettare, domiciliare,
carcerare, castrare chimicamente, sterminare.

Perché l’obiettivo è sempre
quello della normalità, cara a Bomber D’Alema, che promette di far passare
la tua vita come in un tubo digerente peristalticamente
dotato, accompagnati dall’Euchessina di un pensiero talmente unico da non
aver neppure bisogno di essere pensato.

Così tutti questi politici,
dentro e fuori i parlamenti, vengono a portarti il conforto del loro
antidolorifico blando, inteso ad

accompagnarti nel tuo sempre più
lungo e senescente trapassare.E l’antagonista di complemento ci
porta l’angostura della trasgressione con control, ben vigile a che
ciascuno tenga i propri fluidi per sé senza -per carità per carità –
confonderli mai… Non fateci caso, tutte le volte
che parlo di cercere, repente i coglioni mi sollevano in orbita…

Parlandoci brutalmente: in
carcere, tutto: assistenti sociali, educatori, preti, volontari laici, radio,
TV, cinema, socialità, trasferimenti, colloqui intimi, partite di pallone,
trasmissioni Tv, telethon, visite mediche, dentistiche, corsi, lavori interni,
lavori esterni, e tutto quello che i più luridi riformisti possono inventare, é
sempre utile per inventare evasioni. La cosa peggiore é il luogo dove non
accade nulla. Quindi battersi per queste stronzate, é troppa fatica; ma se ci
sono dei deficienti che lo fanno, che propongono ogni tipo di astruseria per
risocializzare il detenuto, MANDA!!! Tutto ciò che pone il carcere al centro
dell’attenzione aiuta il detenuto a fae ciò che gli preme, uscire in libertà.
Quindi tutte le solidarietà, anche le più cretine, sono vantaggiose: fanno
uscire quei quattro poveri cristi che son lì per sbagli (gli "scappati di
casa" si usava chiamarli), e creano spazi e movimenti dove ci si può
inserire, Conosco gente che é scappata seducendo la vicedirettrice;
sequestrando parlamentari, assistenti sociali, troupe televisive; facendosi
mandare fra gli infettivi essendosi procurata l’eptatite; fabbricandosi alle
lavorazioni una pistola d’alluminio; sparando piombini alle guardie con una
cerbottana; costruendosi una scala con le scope (essendo scopini);
seppellendosi sotto la neve; buttandosi fra il letame con una canna per
respirare – e vi risparmio le cose di cui ho letto.

Il rapporto rivoluzionario con le
carceri é: raderle al suol,o collettivamente, procurare evasioni
individualmente. Per favorire questo: portare la critica del carcere e della legge al centro di tutte
le questioni, sospingere perché il carcere sia un luogo dove accadono molte
cose, perché non sia dimenticato.

Per il resto, privilegiati, non
privilegiati, ingiustizie: nel carcere non esiste giustizia, qualsiasi cosa che
non miri all’evasione (anche in forma indiretta, come dicevo) é una cagata
priva d’importanza.

Lo stato, erede del popolo di Dio
prepara il reo, mediante la mortificazione dello carne e dello spirito, ad
essere rieletto fra i beati (che non dimentichiamolo, in un altro sincerissimo
versetto, equivale  a poveri di spirito). Non giova affatto rendere TROPPO
barbara la condizione del carcerario nell’immaginario collettivo: le persone,
anche le più prossime, distolgono lo sguardo, fanno che non sia cosa loro,
perché noi stessi gliela presentiamo come cosa eccezionale, del tutto
distaccata dalla realtà quotidiana. Al contrario, nessuna vita é più quotidiana
– nel senso deteriore che tale locuzione contiene – di quella del detenuto.

E qui veniamo allo scritto cui
rispondo. Capisco che molti di voi possono fremere nel leggere una desrcizione
di una quotidianità come quella che emerge nello scritto del compagno dalla
Catalogna. Ma – e i vecchi, per esempio il buon Grillo, non potranno che
convenirne – per uno che si é fatta una normale galera italiana (le carceri speciali
non ne parliamo, anche se le condizioni di vita erano compensate da una
frequentazione migliore, specie nei primi anni), pare un regime parecchio
respirabile. Vero é che le carceri spagnole sono, per inveterata tradizione,
considerate da sempre come le meno asfissianti d’Europa, in particolare
migliori pure delle italiane. Le quali ultime dai miei tempi son paecchio
cambiate, per quanto mi consta, ma di sicuro in peggio, com’é coerente con
l’esplosione dell’ideologia concentrazionaria in corso. 

Vi faccio, per puro esempio, la
descrizione di una giornata normale nel carcere cagliaritano di Buoncammino,
ambo le sezioni, normale carcere giudiziario, anno 1978.

Cella con tre castelli a due o
tre letti sovrapposti, quattro metri per quattro, WC a parte. Numero medio di
persone sei/sette. Scarsissima possibilità di far venire in cella amici,
conoscenti, compagni. Modesta biblioteca del carcere, belle volontarie per
un’ora la settimana. Vitto ministeriale molto accurato, ideale per il peso
forma, abbastanza monotono (comunque in Italia si mangia in galera meglio che
altrove – cosa peraltro vera pure fuori dalle galere…).Prima conta sei e
trenta con battitura ferri – ce ne saranno altre quattro e quella serale di
nuovo con la maledetta battitura. Aria ore nove, cortiletto cinque metri per
dieci, coperto di reticolati e cemento, insieme con i detenuti della cella
successiva. Chiusura ore dieci e trenta. Riapertura ore quattordici. Chiusura
finale ore quindici e trenta. Celle chiuse, cancello e porta blindata (il
blindato o blindo, in gergo carcerario) chiusi ventiquatt’ore su ventiquattro.
Televisione in cella come da regolamento. Una cella deve avere un televisore
per essere utilizzabile. Può mancare talvolta pure il letto, ma il televisore.
Questo non é un centro di sterminio, é un carcere normale, in Italia. Altrove é
pure peggio, nel senso che manca la
Tv, il vitto é più schifoso, le guardie più carogne (da
questo punto di vista si dice che in Italia le cose siano molto più grame di un
tempo, perché i vermi si sentono meglio sostenuti dall pubblica opinione), ma
questa é proprio la normalità. Una vita vuota, che devi riempire con le tue
forze: per molti aspetti la verità della vita di tutti, sempre, con il lavoro e
il dovere in meno, ma con soddisfazioni per molti aspetti equivalenti. Una vita
ciclica, in cui ciò che conta é tenere duro, non si capisce bene in  attesa di che cosa. Il detenuto attende la
scarcerazione – ogni volta meno fiducioso rispetto la libertà e la felicità che
lo attendono oltre le sbarre; ma il "civile" – quello che é già
fuori, il sedicente libero, che cazzo aspetta? E pure aspetta, un po’ fiducioso
un po’ disperato, non sa se ridere o piangere e batte le mani

Massa e impotenza 

Capisco la generosa passione di
chi si batte sul fronte oscuro e avaro di vittorie della solidarietà con i
compagni delle carceri: ma é un tema difficile, nel quale é facile filtrino
isterismi, sensi di colpa, esaltazioni e martirii, tutta roba che ti carcera la
volontà prima e più potentemente di quanto qualsiasi stato sia capace di
carcerarti il corpo. 

Se esistono galere, in esse si
troverà sempre una cella pronta ad accogliere chi vuole vivere secondo criteri propri, in autonomia. Libertà e prigione sono l’una la negazione dell’altra, la maggioranza dice e fa un mare
di cazzate, tipo votare la Casa della Libertà (ma pure gli altri partiti), sposarsi, mandare i figli a scuola e i nonni all’ospizio e i matti in manicomio e i cani giù dal finestrino, e la casa
col mutuo, le vacanze alla pensione Sogno, le feste comandate, etc. a causa della sua disgrazia, che ha nome alienazione nella produzione e nel consumo, isolamento, passività, contemplazione. E spesso mettici, per fare
buon peso, analfabetismo e miseria. Non possiamo osservare che i più bramano la sorte più tremenda per i cosiddetti colpevoli, perché pretendono sia peggiore di quella, tremenda a sua volta, in cui vivono loro che non hanno fatto un cazzo? molta gente sogna i gulag per gli altri, perché lei, senza processo e senza condanna, vive già come in un gulag.
Solo che a me pare che i proletari abbiano la possibilità di riafferrare le proprie sorti e quelle del mondo solo se divengono la classe della coscienza, se non solo spezzano ma anche sdipanano il filo che ci lega tutti in quest’incubo che é la società della merce.

Si tratta di dire "la galera
comunque no", é una cosa che riguarda te, non loro. La galera non esiste per chi ci sta dentro
ma per chi ci sta fuori. Racconto una favola, di quando il
"movimento" era giovane, e – che é meglio – ero giovane
anch’io. Al principio degli anni Settanta una serie di motivazioni convergenti
condussero in tutto il mondo e in Italia anche di più a porre il carcere
al centro dello scontro per una liberazione generale dell’umanità, tema che
allora andava in gran voga.

Le condizioni delle carceri erano
per molti versi medievali (per dirti: quasi dappertutto non c’erano né
acqua né cessi, non si poteva cucinare, si usava .la divisa, c’era la
censura sulla posta e sui giornali, non c’era la TV, c’era una commissione di disciplina
composta da direttore-giudice, maresciallo-pm, prete-avvocato
difensore; il letto di contenzione e le celle di punizione erano previste dal
regolamento, etc etc). Sulla questione nacquero tre tendenze: una
opportunista, di gruppi poltici che miravano a fare rumore sulla questione per
guadagnare vidibilità e manovalanza, purché la direzione di tutto rimanesse
in mano ai soliti noti (questo tipo di merdaioli esiste sotto tutti i
cieli: mutatis mutandis esistono pure ora – suggerisco di non occuparsene,
perché da un lato sono come la gramigna, dall’altro essendo agevolmente
riconoscibili fanno danno fino a un certo punto); una seconda, composta di
persone oneste e umane (fra cui non mancavano politici di sinistra,
radicali, preti, etc che mirava a creare un fronte ampio di persone decenti
che agissero per rendere le carceri meno pazzesche ; una terza composta da
detenuti e amici loro delinquenti in libertà (alcuni dei quali
politicizzati, sulla base di slogan tipo "abbasso i leader viva i lader") che
mirava a distruggere con rivolte e sabotaggi gli istituti più inespugnabili per
accedere a quelli più permeabili  e di lì bell’andare, o – se ristretti in
carecri non troppo sicure – prendere senz’altro la via dell’aria. Da
principio il secondo e il terzo movimento non si guardarono di malocchio,
anzi. Obiettivi a lunga scadenza e a breve, generali e particolari non
collidono di per sé, tutti ne erano convinti (escluso qualche lungimirante).
Rapidamente però, si verificarono fatti incresciosi: delegazioni del tipo
B furono sequestrate da commandos del tipo C, per farne ostaggi in vista di
un’evasione, i B si dissociarono dai C che li sequestravano, Poi i B
chiesero che i C non si facessero rappresentare da personaggi troppo sputtanati (non
facciamo nomi: Sante Notarnicola) che spaventavano i democratici. Alla
fine i B incominciarono a denunciare i C come provocatori, pagati dai
fascisti, o fascisti rossi, o pericolosi estremisti, o drogati
irrdiucibili, o illusi pietosi: e i C conclusero che i B erano carogne, infami, venduti,
vigliacchi e leccaculo, peggiori delle guardie stesse, Ti sembrano cose
lontane? Ti ricordi Casarini che prendeva le distanze dagli squatters, e le
polemiche a Napoli per gli scontri, e la street parade di Roma?

Viceversa, se tu andrai per la
strada della libertà, che é quella delle sommosse e della distruzione
delle carceri e delle evasioni individuali o di massa ( prova tu a uscire dalla
metafora di quegli anni: non é facile, ma io mi ci impegno), sarè lo stato a
cercare di comprarti offrendoti nuovi regolamenti, gabinetti, TV,
riforme penitenziarie, leggi sulla droga, statuti dei lavoratori (quello
statuto merdoso che adesso tutti difendono, ve lo ricordate che é stato dato
perché gli operai "volevano tutto"?) , come é stato dal 1974 al 1977.

Le persone non migliorano, né
peggiorano quando nuoiono, si ammalano o finiscono carcerate. Per il banale
motivo che ciò che ciaccade non ci cambia: ci cambia ciò che facciamo, ciò che
diciamo, la maniera in cui agiamo. Ciò non pregiudica il fatto che, essendo noi
per la vita, il piacere di vivere, la libertà totale, necessariamente agiamo
contro la morte, la malattia, la galera, SEMPRE, indipendentemente da chi ne
sia colpito. Proprio per questo io reputo molto più rilevante combattre
l’istituzione-galera che solidarizzare con i singoli carcerati, motli dei
quali, ammettiamolo, sono dei grandissimi stronzi.

I detenuti fanno in fretta a
diventar pallosi – per i compagni detenuti sembra spesso la formula che
sostituisce "per le anime del purgatorio". Con questi sistemi si
beccano al momento alcune monete ( e molti scongiuri) ma é davvero difficile
costruire qualcosa di radicale e duraturo. Tu sai ben che il tema delle carceri
mi appassiona oltre a sembrarmi centrale diciamo da un punto di vista teorico. E
quindi, se ho scritto quello che ho scritto non é perché non ho presenti quelli
che stanno in galera oggi. Ma occorre che comptrendiamo le ragioni per cui
questa solidarietà ricade postiviamente su di noi che in questo istante siamo
fuori, se vogliamo che questa si faccia forte ed efficace. E tale, fra l’altro,
da attrarre non solo gli amici e gli amici degli amici, ma risorse più
cospicue. E provenineti da ambiti più generali.

Consegnarsi in carcere é un atto
ignobile ESATTAMENTE come mandare in carcere un altro.
Chi
costruisce prigioni si esprime sempre meno bene di chi costruisce la libertà”
(Stig Dagerman).

Verificata
nel Sessantotto la pericolosità di una società fondata sulla speranza, sul
differimento all’infinito del piacere, è andata prendendo forma una società
esplicitamente edificata sulla disperazione, sul piacere miserando e negativo
della “sega tibetana”. Il carcere da minaccia positiva rivolta agli eccessivi,
ai frettolosi, agli incontinenti, si è in tal modo convertito in consolazione per
i non carcerati. Lo sforzo richiesto ai sudditi non promette più di avanzare,
ma unicamente, e solo per gli eletti, di non retrocedere, di non essere
risucchiati nel gorgo. Il carcerato diviene così colui che ti separa
dall’ultimo gradino: più ce n’è, meglio è, alla sola condizione che tu non sia
uno di loro. Per ottenere questo, ogni metodo è buono: iscriversi a tuti i
possibili clube delle vittime, fare la spia, votare per candidati più forcaioli
degli altri, indossare – se ammessi – direttamente la divisa della vergogna.

Per
questo motivo, è senza speranza lo sforzo di chi, fondandosi su assunti vecchi
e superati, chiama alla solidarietà verso i carcerati, ne promuove in qualche
maniera la causa. Per essere solidali con chi subisce la repressione diretta
dello stato, occorrerebbe innanzi tutto essere solidali con noi stessi, che
ogni giorno ne subiamo la repressione indiretta: come si può pensare che chi
passa la settimana in ginocchio, poi si levi vindice, il sabato, marciando
nelle manifestazioni del rispettoso dissenso, del democratico distinguo, del
responsabile ammonimento? E infatti l’approccio dei solidali, peraltro ogni
giorno meno presenti e meno ascoltati, si rifà alla cultura vittimistica
dominante, semplicemente pretendendo di sostituire lo scippatore allo scippato,
l’assassino all’assassinato. Normale che l’impresa risulti fallimentare. Più
nel civile monta il rancore  disincantato
del carcerato, più emerge la cinica imperturbabilità dei reietti, che vedono
nelle altrui disgrazie più un oggetto di scherno che di solidarietà. Se esiste
solidarietà fra detenuti, essa non deriva dalla comune disgrazia, ma dalla
comune resistenza. La solidarietà lega fra loro i ribelli, o quanto meno i
refrattari, non già le vittime.   

Infatti,
nell’ultimo periodo in cui vi fu una significativa attenzione verso la
condizione dei detenuti, che in Italia corrisponde grosso modo agli anni
Settanta, quest’attenzione era dovuta da un lato alla consapevolezza che
tantissimi stavano dietro le sbarre in conseguenza di atti del tutto coerenti e
simili con quelli commessi da chi stava fuori. Che, “but for fortune” come
diceva la canzone di Joan Baez su Sacco e Vanzetti, qullo stava dentro e tu
stavi fuori: E, dall’altro lato, dal fatto che i carcerati si battevano
visibilmente con metodi e obiettivi coerenti con chi carcerato non era.

Se è vero, come è vero,
che se ciasucno provvedesse a liberare sé stesso dalle sue proprie catene,il
mondo intero sarebbe libero, occorre per tenere presente che per i reclusi di
varia natura creati da una società in cui il carcere si è fatto vero e proprio
contagio, queso passaggio non può determinarsi senza il concorso fattivo di
molti, senza un ravvedimento operoso da parte di tutti gli obnubilati sociali.
Se siamo tutti indistintamente,
Aggrappati alle sbarre, chi di qua, chi
di là dai cancelli, per poter pronunciare il fatale ritornello caro ai bambini
“…un-due-tre…LIBERI TUTTI!” non possiamo dimenticare che le serrature stanno da
questo lato di quei cancelli cui tutti siamo aggrappati, su cui tutti siamo
schiacciati.

E la serratura non è solo quella delle celle in senso
letterale, è anche quella che difende la proprietà, è anche quella che difende
la castità. Ogni volta che si utilizza una chiave, si giustifica il senso di
tutte le chiavi del mondo.