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“Se non esistessero le prigioni sapremmo di essere tutti in catene”
(Mauriche Blanchot)
Anche
se a ciascuno, dalla prima infanzia, la minaccia dei cancelli e delle catene,
dei muri e delle porte serrate, viene presentata come un archetipo, come un
fondamento eterno della condizione umana, il carcere non esiste da sempre e non
esisterà per sempre.
La storia della segregazione, intesa non più come misura cautelare in attesa della sentenza, ma come pena in sé, e, ormai, come unica pena, è la storia della società urbana, fondata sulla libertà virtuale e sulla prigionia reale di chi è obbligato a liberamente vendere la propria vita sul mercato sociale, per poter comprare la vita altrui. Il carcere nasce e cresce a fianco di questa pseudolibertà, precisamente come indice del limite di quella libertà, come cicatrice della sua mutilazione. La sua presenza, compressa per decenni entro i muraglioni oscuri delle grandi carceri giudiziarie metropolitane, si frammenta e si insinua in ogni angolo della vita sociale, precisamente negli ultimi decenni, allorché la libertà civica, da oggetto destinato ad un consumo parziale, viene ulteriormente ridotta ad oggetto di una contemplazione di tipo mistico. La libertà, che si fondava su uno spazio intangibile di vita intima, e uno spazio condiviso di vita pubblica, è stata una volta per tutte sostituita dal suo sacrificio rituale nell’adesione alla socialità totale delle merci e delle norme. Ma paradossalmente, il carcere lungi dal perdere la propria funzione una volta che la libertà è evaporata lasciando il posto alla sola vigilanza reciproca, viene riconvertito ad un nuovo impiego: non più come minaccia incombente sulla libertà vigilata, non più come opposto della libertà permessa, ma come vero e proprio paradigma della vita sociale, rispetto alla quale l’infelice cittadino, ormai privato di tutto, è chiamato a percepirsi eternamente “in permesso”. Un permesso sempre revocabile, per i più imperscrutabili motivi, ad opera di funzionari inconoscibili e a loro volta sprovvisti di una visione complessiva del processo. Dove tutti, come a Norimberga, possono in tutta sincerità dichiarare di avere semplicemente obbedito agli ordini, e non si scorge in nessun luogo chi quegli ordini dovrebbe averli emanati. Anzi, il più delle volte, è impossibile persino prendere visione del testo di quegli ordini, dispersi e dissipati in cento provvedimenti amministrativi, dall’aspetto anodino e dall’apparenza inoffensiva. Si è prodotto in questi anni recenti, in altre parole, un duplice slittamento: da un lato, si è sfumato, e tenderà a sfumare ogni giorno di più, il carattere di classe della carcerazione, nel senso che nessuno è più privilegiato al punto da potersi pensare fuori dal riflettore della legge. I colletti bianchi sono sporchi al punto da consentire con sempre maggiore difficoltà di distinguerli dai colletti dalla tinta più plebea. La via per rimanere dalla parte giusta, dalla parte comoda dei cancelli, consiste sempre meno nella “condizione”, nella “nascita”, nel “censo”, e sempre di più nell’adesione attiva ai sistemi di consolidamento sociale. Per non finire in galera, non basta agire in conformità con le leggi, obbedire silenziosamente e probamente: è richiesta un’attività POSITIVA di riconoscimento e di riproduzione dei sempre mutevoli schemi sociali. Occorre aderire CON ENTUSIASMO a leggi che mutano ogni giorno, e sul cui senso è sempre meno lecito interrogarsi. Interi pacchetti legislativi – si pensi a quelli contro la droga, si pensi a quelli contro il tifo organizzato, o a quelli contro l’uso del contante nelle transazioni, o a quelli contro la libera revisione storica, o a certe norme del codice della strada – rendono fuorilegge fasce immense della popolazione. Ma il solo riconoscere questo dato di fatto, per tacere del pretendere di discuterne la legittimità, o l’utlità, o addirittura il senso, è additato come indice di pericolosa antisocialità. Indagare le ragioni di qualsiasi condotta viene equiparato a una giusitificazione della medesima: il delitto DEVE mantenersi inspiegabile e inspiegato, continuamente descritto, ma descritto in quanto già condannato. In questa maniera il pubblico giudizio, che era stato concepito come momento di riflessione della società su sé stessa (beninteso, con il fine di rinforzare le gerarchie vigenti), si Fa momento di affermazione assoluta del già scritto, del già detto, del già accaduto. E infatti non accade più che il reo possa sfruttare il processo per pronunciare parole memorabili che ne fissino la memoria oltre la condanna, o addirittura ne ribaltino le sorti. E per ottenere questo non è più necessario come nelle vecchie e patetiche dittature svolgere i processi di nascosto, nell’oscurità. Anzi , la visibilità televisiva, lungi dal dare risonanza alle parole dei condannati, le insterilisce in un chiacchiericcio insipido, dove tutti i delitti appaiono ben misera e futile cosa. E tutti i soggetti coinvolti, istituzionali e convenuti, appaiono ugualmente meritevoli di compassionevole disprezzo.
La, nasce insieme con la società del capitale. Insieme con l’idea che si può tranquillamente costringere non i soli reietti, non i soli reprobi, ma l’intera popolazione a stare dove non ha scelto di stare, a fare ciò che non ha scelto di fare. Il carcere come lavoro forzato o in alternativa come ozio forzato – sempre e comunque per una decisione presa da altri- è il perfetto riflesso dell’obbligo al lavoro salariato e della proibizione crescente di ogni attività non economica e non sottoposta al sistema delle norme, cui nello stesso periodo tutta la popolazione, dapprima in occidente, ormai nel mondo intero, è stata obbligata.
E’ quindi ragionevole la conclusione per cui, osservando il carcere, si ha la possibilità di vedere, su piccola scala, e con la possibilità di meglio identificare i differenti processi, il funzionamento della società e le sue prospettive.
Ad esempio, verificando l’adeguamento del modello panottico nato nelle carceri e prontamente adattato alle officine, alla modernità. Ricordiamo che il fine dell’architettura panottica era triplice: consentire un’osservazione continua del detenuto; impedire, dall’altro la concentrazione perpetua di tutti gli sguardi verso un centro rappresentativo della fonte del potere (e non è davvero un caso che a San Vittore, tale centro fosse occupato e tuttora sia occupato dall’altare della messa, con un simpatico Cristo crocifisso per ammonire e rabbonire, minacciare e consolare). Oggi tale compito, a fianco delle vecchie architetture mai dismesse (la Santé, Marassi, Sing Sing, Regina Coeli, le Baumette, Perrache, Dartmoor, e tantissime altre) – perché è rieducativo avvertire i mille e mille che ti hanno preceduto come pure i mille e mille che, nei disegni dei programmatori sociali, dovrebbero seguirti – è svolto naturalmente dal sistema televisivo. Mentre in ogni cella lo sguardo è catturato dall’apparecchio spettrale (ricordo ancora vent’anni fa quando gli apparecchi erano in bianco e nero – magari lo sono ancora. Per fortuna mi mancano informazioni di prima mano – il baluginare azzurrino fuori delle bocche di lupo, la notte, in perfetto connubio con l’intermittenza dei fari e con il pendolare delle sentinelle) – un tempo, le brande erano disposte in circolo così che gli oziosi potessero guardarsi in viso mentre fantasticavano, oggi sono disposte parallele nel senso della voce del padrone; nei corridoi e talora nelle celle stesse le telecamere riportano a un’unità centrale ogni moto, ogni palpito. Osserviamo di passata che – allorché trent’anni fa si principiò a introdurre le telecamere a circuito chiuso nelle carceri si levarono, dentro e fuori, in Italia e negli altri paesi, vibrate anche se sterili proteste. Oggi telecamere analoghe invadono spazi, chiamati “liberi” per definizione, liberi perché fuori dal circuito della pena, e non solo il silenzio prevale, ma se qualcuno parla è per reclamare una capillarità più perfetta del controllo e della repressione. Grazie al meccanismo televisivo, il panottico è balzato fuori delle muraglie delle carceri per invadere e sopprimere ogni spazio pubblico e privato. E d’altronde la galera non è precisamente il luogo dove sono cancellati l’uno e l’altro, il pubblico e il privato, la libertà di essere visti e ascoltati, e la facoltà di non essere veduti, di non essere ascoltati?
A mano a mano che il totalitarismo sociale si perfeziona e si compie, la ragione d’essere del carcere si sposta sempre di più nelle relazioni sociali dei cosiddetti liberi, cui si fa pervenire in mille modi il messaggio che, per tutti, la libertà è insieme vigilata e provvisoria. La libertà è divenuta una merce che può essere non acquistata e tanto meno posseduta, ma unicamente ricevuta in comodato, alla maniera delle carte di credito. Esattamente come ciascuno viene sospinto con tutti i possibili artifici ad indebitarsi per pagare a rate tutta la vita le condizioni più banali di esistenza. Ugualmente il cittadino deve adempiere giorno dopo giorno a una serie crescente di obblighi meschini ed astrusi per guadagnarsi il titolo di “opinione pubblica”, per poter essere colui che stigmatizza e reclama la galera per gli altri, prova visibile che, anche per oggi, non gli tocca la sorte nefanda dello stigmatizzato, dell’emarginato, del senza documenti, del carcerato.
Esattamente come a scuola, dove conquistare il ruolo abietto del capoclasse, quello che divideva in due con il gessetto, la lavagna, e divideva a destra e a sinistra i buoni e i cattivi. ti garantiva a priori di non finire tu stesso nell’area dei cattivi, la corsa alla collaborazione, allo spionaggio, all’autoredenzione, al pentimento, alla dissociazione, alla socializzazione, è inesausta.
D’altro canto, l’esaurimento definitivo della lotta di classe, non è stato preannunciato precisamente nelle carceri dal “trattamento individualizzato”, sorta di contrattazione individuale, in cui ciascuno può illudersi, se sufficientemente abietto, di meritare una carezza dei superiori. D’altro canto, occorre essere consapevoli che solo soggetti che mantenevano un sufficiente profilo soggettivo, un’identificazione salutare con il proprio corpo, potevano validamente percepirsi come classe, partecipare di un corpo collettivo senza sentirsi perduti, invisibili, irrilevanti. Con il montare della società di massa, preannunciata più ancora che dalle grandi fabbriche, dalle stragi insensate del primo conflitto mondiale, progressivamente gli sfruttati hanno visto crescere dentro di sé una fame insoddisfatta di individualità, di unicità. Affondato il Sessantotto sotto il peso della sproporzione fra desideri sconfinati e forze ancora acerbe, è stata la società delle apparenze mercificate ad imporre la propria risposta. Parafrasando la nota barzelletta, il carcerato ammesso al trattamento differenziato può dire che “prima nessuno sapeva chi ero, nemmeno io; oggi finalmente risulta chiaro a tutti che sono una merda”. Il mirabile progresso! Naturalmente, una delle conseguenze, e non delle meno tragiche, del principio di individualizzazione della pena, consiste in una crescente psichiatrizzazione della condizione detenuta. D’altronde, a mano a mano che la società perfeziona la propria natuta totalitaria, (la società totalitaria, erede di Dio, in quanto tendenzialmente infinita, pretesamene eterna, ne rivendica tutti gli attributi, non esclusa l’infinita bontà) le condotte antisociali vengono percepite, proprio come in quell’Unione Sovietica il cui modello non cessa di essere studiato, imitato e segretamente ammirato, indice di malattia mentale, di rifiuto irragionevole del bello, del buono, del socialmente condiviso, in favore dell’oscuro, del malvagio, del turpe. Con un vocabolo caro alla psichiatria criminale statuinitense, del “sociopatico”, così definendo colui il quale ha un rapporto malato (leggi: non integralmente sottomesso) con la società.
Cui corrisponde il meccanismo chiamato della “tolleranza zero” che indica la sussistenza di un unico filo che lega fra loro tutte le trasgressioni, dal divieto di sosta fino alla strage di massa. E che perciç stende un certificato penale (quella che l’ingenuità infantile del popolo chiama ancora la “fedina penale”) in cui la multa per divieto di sosta è il primo gradino per l’ergastolo per somma di recidive. Se unica, totale è la società, unica e totale deve per forza essere anche la trasgressione.
Fra l'altro la questione dell'isolare sorge con il concetto di recidiva, cioè con l'idea che i criminali siano tali più che altro "per tendenza", quindi sia possibile individuarli, e non "per cattiveria", cioé quando la questione dal piano religioso é scivolata in quello scientifico (si pensi a Lombroso). La fine della lotta di classe, perciò, finisce per riesumare il concetto, che pareva da due secoli accantonato, di “classi pericolose”. Gli infelici proletari che avevano rinunciato a ogni cosa, prima fra tutte la dignità, pur di accedere alla condizione di soggetti singoli, di cittadini consumatori, si ritrovano così risospinti verso una classificazione di massa, in cui la condizione di non reprobo, di tollerato, va acquistata ad un prezzo non solo altissimo e tuttavia sempre crescente, ma che non viene mai precisamente comunicato. Parafrasando l’indimenticato Sergio Carlini, “quando tu monti sul 15 a Nervi, la legge è già a Caricamento” Corri, compagno: dietro di te, più che il vecchio mondo, sta il nulla, che avanza per inghiottirti.
Ed ecco miserabili infelici sventolare i propri diritti di cittadinanza, che soli li separano dal mondo dei reietti, dei senza documenti. O a cercare di procurarseli come tanti centroamericani che si arruolano per massacrare gli iracheni, e magari per finirne massacrati, in cambio della promessa di una carta verde che li promuoverà ad ultimi dei primi, degni di essere schifati come statunitensi fra gli statunitensi. Ridotti a percepirsi come naufraghi, tutti si calpestano reciprocamente, senza vedere in nessun luogo delle scialuppe di salvataggio, ma deducendone la presenza precisamente dal trepestio montante. Se tutti si battono gli uni con gli altri per avanzare, vorrà pur significare che in fondo sta la via d’uscita, la salvezza, non è così?
Notiamo come – dalle indagini su Abu Ghraib – sia emerso come un numero cospicuo, forse maggioritario, dei militari Usa in Iraq provengano o dalla categoria delle guardie carcerarie o da quella dei detenuti scarcerati sulla parola. La galera si estende come un cancro della pelle sulla superficie del mondo, alimentata ormai dai meccanismi stessi che un tempo avevano chiamato alla sua distruzione.
Per gli stessi motivi per cui osservare il carcere permette, a chi ha a cuore la libertà, di leggere e decifrare i processi profondi della società, riportare al centro dell’attenzione i meccanismi della legge, che trovano nel carcere il proprio coagulo, come quotidianità oppressa di parecchi, e come minaccia permanente alle possibilità di tutti, appare come un passaggio indispensabile per rimettere in circolo quella critica pratica dell’esistente, di cui si avverte un’urgenza non più differibile. Il carcere è un tema che conduce, per la sua stessa natura, ad interrogarsi sulla questione della libertà e a concludere che non è possibile giustizia senza libertà. E che la libertà, con buona pace di Giorgio Gaber, è precisamente uno spazio libero, vale a dire il contrario di una galera. Uno spazio in cui si è presenti insieme, ma ciascuno distintamente, indipendentemente, in quanto portatori di un’esperienza unica, di un punto di vista insostituibile, di un corpo proprio, dotato di ragioni che non possono essere sommate con quelle di nessun altro.
Alla condizione del carcerato, e del carcerato sociale cui ciascuno è forzatamente ricondotto, di soggetto asservito alla panoplia dei bisogni, soddisfatti malamente a rate e pagati in buoni e pronti contanti, occorre contrapporre la condizione realmente umana, che è una condizione di singolarità concorde, la cui liberazione non può che essere individuale e non può essere praticata che collettivamente. Questo è il senso dell’essere compagni come nelle grandi avventure proletarie del passato, fratelli come a Soledad. Non già fratelli perché figli di un unico Dio, affratellati dalla disgrazia e dalla disfatta, ma fratelli in quanto protagonisti della messa in comune, di tanti sogni quanti sono i viventi.
Un discorso di solidarietà con i detenuti non può per conseguenza essere meno di questo.
D’altronde la crescente introduzione delle nuove tecnologie, come il braccialetto elettronico, e delle figure penitenziali ogni giorno più innovative, quali il semilibero, il lavoratore all’esterno, l’internato, rende sempre più sfumato il punto di discrimine fra chi sta dentro e chi sta fuori. E d’altra parte, come bene indica il paradosso delle manette, una mano per il detenuto e una per il poliziotto, carcerare qualcuno è in certo modo carcerarsi con lui, ammanettarsi alla sua sorte. La crescita del numero dei detenuti, fenomeno rilevabile i n tutti i paesi avanzati, moltiplica l’infiltrazione della pena nella vita di ciascuno. Questo fa da perfezionamento al discorso della Tolleranza zero, intesa a condurre i civili su un terreno penalmente malfermo, attraverso i canali del codice della strada, della legislazione sulle droghe, della psichiatria, della legislazione familiare, di quella fiscale, e così via. L’attacco in corso contro le nuove “classi pericolose”, immigrati, drogati, non assimilati, cela la volontà di colpire, in effetti, quelli che in gergo coatto si chiamano i “civili” oppure i “regolari”, coloro che pretenderebbero di sussistere senza essere né guardie né ladri, né carcerati né carcerieri, né con lo stato né con l’antistato. Viceversa si vuole condurre chi coltiva queste illusioni a percepirsi come un individuo ambiguo, che non ha fatto la sua scelta, che, visto che non indossa una divisa, sopravvive in un limbo sempre meno garantito. Come nel Settecento quando chiunque non appartenesse visibilmente a qualcuno, poteva essere sempre arruolato nella Marina britannica (senza far caso al fatto che non solo non era marinaio, ma neppure inglese) o carcerato per vagabondaggio. Al lavoro forzato, si sostituisce oggi l’ottemperanza forzata: ottemperanza che tuttavia non basta a garantire nulla, offre unicamente delle speranze revocabili in ogni momento. Il mondo ha cambiato di base, ma non nel senso sperato da Eugene Pottier: i rappresentanti del potere lungi dall’essere eletti e revocati dai loro elettori, sono essi a scegliere chi della massa merita di votarli, merita di obbedire, e chi va semplicemente rottamato nei Cpt, nelle galere, nei manicomi. Direttamente ammazzato, come a Gaza o in Cecenia, o nelle favelas di Rio. Questo conduce al costituirsi ormai visibile di una casta di pretoriani, formalmente sottomessi ai vari imperatori di cartapesta, ma di fatto capaci di tenere in ostaggio chi recita il ruolo del leader, con la più brutale delle minacce. D’altra parte, a proposito dell’omertà concorde sulla Diaz e su Bolzaneto, Giuliano Amato non ha ammesso che la causa va ricercata nel franco timore di pestare i piedi alle forze dell’ordine. Un timore non già politico, ma fisico. La deriva mafiosa del potere d’altra parte, riproduce precisamente il fenomeno che sta all’origine della nascita della mafia, vale a dire l’autonomizzazione materiale, politica, economica, culturale, del ceto dei campieri rispetto ai baroni che li avevano assoldati. I padroni possono farci guadagnare di più, forse, ma mai quanto potremo guadagnare se li sostituiamo. E, infatti, in tutte le società moderne, il ruolo del leader, sempre più spesso ereditario (India, Usa, Grecia), viene svolto o da un uomo di spettacolo (Usa, Italia, Thailandia), ideale per essere la misera marionetta in mano ai poteri che gli stanno alle spalle, o da un poliziotto, sovente dei servizi segreti (Israele, Russia, Usa). E d’altra parte la montante identificazione della società con i suoi poliziotti è perfettamente visibile al cinema e in tv, dove è difficile comprendere se sia il cittadino ad essere un distillato del poliziotto, o il poliziotto un distillato del cittadino. Ma è visibile anche nella quotidianità: nelle stazioni si vedono più poliziotti che ferrovieri, negli ospedali più poliziotti che infermieri, negli stadi più poliziotti che non dico atleti ma anche semplicemente bibitari. Entrare nella sede di qualsiasi azienda o ente, che si rispetti, indifferentemente se pubblico o privato, presuppone la consegna di documenti, spesso la verifica delle impronte, non di rado una perquisizione. Chiunque non sia relegato nell’oblio del salariato, sfoggia una scorta personale, sovente pagata di persona, meglio ancora se offerta dalla società. E tutti costoro sfrecciano e sostano, indifferenti ai divieti cui ogni altro è relegato. L’immagine del potere è essa stessa poliziesca. E difatti nei soggetti dei ceti subalterni dotati di un’inclinazione maggiormente canina, l’indossare la divisa diviene il sogno massimo, il segno visibile dell’obbedienza. E d’altronde anche i sedicenti disobbedienti, per sfuggire all’inconsistenza, si erano di buon grado acconciati in una loro particolare uniforme, col risultato essi pure di obbedire alle loro miserabili gerarchie e di pretendere obbedienza a loro volta fra i non omologati.
Il carcere in questo quadro muta di segno, da luogo a parte, rifugio di una microsocietà precapitalista ferocemente antagonista e refrattaria all’omologazione, si va modificando trent’anni orsono all’epoca del crinale fra vecchia opposizione di classe e affermarsi della società totalitaria.
Perché però é indispensabile non si apra un nuovo fronte solidaristico, a fianco dei molti che impestano il panorama, occorre che da una parte si affermi una visibile auto-organizzazione dei detenuti, senza la quale essi saranno sempre fantasmi, che ciascuno può a proprio comodo evocare col pentacolo dell'ideologia; e dall'altra parte, che si principi ad affrontare teoricamente e praticamente il ruolo della legge nel mantenimento dell'ipnosi sociale presente.
La via d'uscita per il singolo detenuto rimane sempre e solo l'evasione, segando sbarre, annodando lenzuola, sequestrando guardie, facendosi prelevare da commando d'evasione composti da mici loro e della libertà, nascondendosi nei bidoni della spazzatura, tuffandosi dalle navi e dalle isole, scavalcando le transenne nei tribunali, e avanti così. La situazione che esiste all'esterno é preparata ad affrontare tali evenienze: io direi per nulla.
Negli anni 1972-1975 una grossa spinta all'armamento di massa e alla clandestinità fu determinata dall'esigenza di fare fronte alle crescenti richieste di liberazione che provenivano dalle carceri. E che, per un periodo di qualche anno, i risultati furono francamente lusinghieri: tanto che io daterei il principio del tracollo del movimento (che già dava segni di stanchezza e di autoreferenzialità) nell'estate del 1977, con il blitz del putrido Dalla Chiesa che isituì le carceri speciali.
Se, come io credo, mancano i presupposti per affrontare in quel modo la questione-carcere, occorre rendersi conto che le possibilità di uscita per i detenuti sono affidate alle circostanse individuali. Questo fa sì che le prospettive attuali di un movimento contro il carcere sono assai modeste, giacché il tema-chiave per i carcerati é la libertà, e solo chi prospetta libertà viene preso sul serio da chi non sia in preda al misticismo da lunga carcerazione. Già molto diverso sarebbe stato se l'attacco contro il carcere di Marassi avesse avuto un successo, anche solo parziale: innanzi tutto, la notizia che é stata quasi censurata avrebbe avuto una centralità e una risonanza differenti (teniamo conto che i detenuti sono esposti al filtro dei media quasi integralmente, e non dispongono di nessun altro strumento significativo di conoscenza, salvo che per ciò che attiene il microcosmo carcerario), e il movimento si sarebbe posto visibilmente come interlocutore credibile per la brama di evasione che attraversa tutti i detenuti non completamente appecoronati.
Ora, se si reputa urgente riportare al centro dell'attenzione, la questione della distruzione del carcere, della liberazione di chi vi si trova, é dunque indispensabile radicare una critica della legge in tutte le sue angolazioni e a tutti i livelli. Solo nella misura in cui questo movimento crescerà in una prospettiva radicalmente antilegale (che non vuol dire necessariamente e sempre violenta o illegale: significa comunque riconoscere nel principio e nella sostanza della legge il cuore della società che si vuole abolire) é pensabile che non solo l'assalto alle carceri divenga una costante dell'azione di massa, ma i detenuti tornino ad essere . com'é normale che siano - interlocutori e protagonisti del movimento. Ciò avrebbe per corollario di indebolire il ricatto legale esercitato oggi, perché la prospettiva di essere carcerati perderebbe parte della propria ineluttabilità.
Il cammino della solidarietà risulta quindi piuttosto lungo e difficile: ma d'altra parte mi pare poco avveduto ipotizzare scorciatoie impraticabili, col risultato di favorire la delusione e lo scoramento
A parte abolire il carcere, é difficile trovare alternative intelligenti.
Credo però che il criterio fondamentale consista nell'attribuire ai detenuti il giudizio su ciò che è o non é meglio della galera. Posso dire con ampia esperienza personale che non é affatto vero che il carcere sia il peggio. Gli arresti domiciliari, il lavoro all'esterno, etc, sono meglio o peggio a seconda di infinite variabili che ciascuno valuta secondo criteri propri. Il primo aspetto fastidioso della condizione detenuta é il fatto che altri stabiliscano e operino per il tuo bene: questo fatto é appena meno odioso del suo contraltare, cioè che ci sia chi (giudici, guardie, carabinieri, partilese) opera per il tuo male.
Vi faccio osservare solo un dettaglio: di detenuti il sistema italiano ne regge qualche decina di migliaia, forse sessantamila, non di più. Magari di braccialettari ne reggerebbe un milione o dieci milioni. Chiaro viceversa che, a livello del singolo, ci sarà chi troverà la maniera di mettere il braccialetto a un tubo di stufa ed uscir fuori per svaligiare casa vostra, ma questa é semplicemente una nuova forma di evasione per una nuova forma di galera. La libertà é altra cosa.
Non sono la polizia, i giudici, le guardie a carcerare la gente, ma il cittadino che lavora, produce, consuma, tiene famiglia. Loro fanno il nostro lavoro sporco: lo fanno per noi e anche per sé stessi. Il punto non é la sensibilità dell'uno o dell'altro - molti sbirri, ve lo garantisco, sono meno luridi di molti elettori di sinistra, di molti "antagonisti" - ma i ruoli. PUò venire il momento in cui per liberare l'umanità, occorre venire alle vie di fatto con le cose e il loro mondo: in quel momento é più urgente che muoia la guardia piuttosto che il postino, il giornalista piuttosto che il giornalaio. Ma, da un punto di vista morale, valgono tutti lo stesso, guardie e benpensanti, padroni e operai, preti e credenti, studenti e professori, attivi e passivi. Tutti vittime e tutti complici
l'idea che il "delinquente" (e, per i più analitici, i responsabili dei vari ordini di reato, contro il patrimonio, razziale, sessuale, dei colletti bianchi...) viene percepito come una persona, magari ben camuffata nella società, ma in sostanza diversa da tutti gli altri, e perciò condannabile e isolabile dai"normali". DIscorso omologo e in prospettiva coincidente con quello dei malati di mente, che devono essere curati non importa come. Infatti scopo della cura é dimostrare l'esistenza della malattia, e scopo della malattia é dimostrare l'esistenza della salute mentale. Salute mentale, e il circolo si chiude come una garrota del pensiero, che é quella che abbiamo noi. Idem, scopo del carcere e di tutti i suoi braccialetti, é dimostrare l'esistenza, per ogni altra via impercettibile, della libertà, di cui il non-carcerato gode, e DEVE GODERE, se non vuole a sua volta divenire uno spostato, meritevole di pena, un diverso, un reietto e un potenziale reo. Naturalmente questi meccanismi paiono ben attagliarsi al fantozziano filisteo che pendola fra la casa-cripta e l'azienda-cimitero, tranistando di tempo in tempo dallo stadio-ossario e dal pub-loculo. Sembrano le cose che pensano gli altri, quelli che votano il Berluskone e si raspano per l'indecorosa Claudia Schiffer o per altri grumi di patina da copertine: non é così, in realtà.
Le stesse cose le pensano un buon numero di antagonisti (antagonisti più che altro al pensiero critico) che semplicemente considerano che il reo non é lo scippatore ma il padrone inquinatore, non la puttana nigeriana, ma il pappone albanese, non lo sporcaccione da vespasiani, ma il ricco pedofilo internazionale (sazio di tutti i vizi- quante volte l'ho sentita questa!!!), e ancora il poliziotto violento e lo skin razzista e il professore negazionista. Ogni normalità si crea i propri delinquenti da braccialettare, domiciliare, carcerare, castrare chimicamente, sterminare.
Perché l'obiettivo è sempre quello della normalità, cara a Bomber D'Alema, che promette di far passare la tua vita come in un tubo digerente peristalticamente dotato, accompagnati dall'Euchessina di un pensiero talmente unico da non aver neppure bisogno di essere pensato.
Così tutti questi politici, dentro e fuori i parlamenti, vengono a portarti il conforto del loro antidolorifico blando, inteso ad
accompagnarti nel tuo sempre più lungo e senescente trapassare.E l'antagonista di complemento ci porta l'angostura della trasgressione con control, ben vigile a che ciascuno tenga i propri fluidi per sé senza -per carità per carità - confonderli mai... Non fateci caso, tutte le volte che parlo di cercere, repente i coglioni mi sollevano in orbita...
Parlandoci brutalmente: in carcere, tutto: assistenti sociali, educatori, preti, volontari laici, radio, TV, cinema, socialità, trasferimenti, colloqui intimi, partite di pallone, trasmissioni Tv, telethon, visite mediche, dentistiche, corsi, lavori interni, lavori esterni, e tutto quello che i più luridi riformisti possono inventare, é sempre utile per inventare evasioni. La cosa peggiore é il luogo dove non accade nulla. Quindi battersi per queste stronzate, é troppa fatica; ma se ci sono dei deficienti che lo fanno, che propongono ogni tipo di astruseria per risocializzare il detenuto, MANDA!!! Tutto ciò che pone il carcere al centro dell'attenzione aiuta il detenuto a fae ciò che gli preme, uscire in libertà. Quindi tutte le solidarietà, anche le più cretine, sono vantaggiose: fanno uscire quei quattro poveri cristi che son lì per sbagli (gli "scappati di casa" si usava chiamarli), e creano spazi e movimenti dove ci si può inserire, Conosco gente che é scappata seducendo la vicedirettrice; sequestrando parlamentari, assistenti sociali, troupe televisive; facendosi mandare fra gli infettivi essendosi procurata l'eptatite; fabbricandosi alle lavorazioni una pistola d'alluminio; sparando piombini alle guardie con una cerbottana; costruendosi una scala con le scope (essendo scopini); seppellendosi sotto la neve; buttandosi fra il letame con una canna per respirare - e vi risparmio le cose di cui ho letto.
Il rapporto rivoluzionario con le carceri é: raderle al suol,o collettivamente, procurare evasioni individualmente. Per favorire questo: portare la critica del carcere e della legge al centro di tutte le questioni, sospingere perché il carcere sia un luogo dove accadono molte cose, perché non sia dimenticato.
Per il resto, privilegiati, non privilegiati, ingiustizie: nel carcere non esiste giustizia, qualsiasi cosa che non miri all'evasione (anche in forma indiretta, come dicevo) é una cagata priva d'importanza.
Lo stato, erede del popolo di Dio prepara il reo, mediante la mortificazione dello carne e dello spirito, ad essere rieletto fra i beati (che non dimentichiamolo, in un altro sincerissimo versetto, equivale a poveri di spirito). Non giova affatto rendere TROPPO barbara la condizione del carcerario nell'immaginario collettivo: le persone, anche le più prossime, distolgono lo sguardo, fanno che non sia cosa loro, perché noi stessi gliela presentiamo come cosa eccezionale, del tutto distaccata dalla realtà quotidiana. Al contrario, nessuna vita é più quotidiana - nel senso deteriore che tale locuzione contiene - di quella del detenuto.
E qui veniamo allo scritto cui rispondo. Capisco che molti di voi possono fremere nel leggere una desrcizione di una quotidianità come quella che emerge nello scritto del compagno dalla Catalogna. Ma - e i vecchi, per esempio il buon Grillo, non potranno che convenirne - per uno che si é fatta una normale galera italiana (le carceri speciali non ne parliamo, anche se le condizioni di vita erano compensate da una frequentazione migliore, specie nei primi anni), pare un regime parecchio respirabile. Vero é che le carceri spagnole sono, per inveterata tradizione, considerate da sempre come le meno asfissianti d'Europa, in particolare migliori pure delle italiane. Le quali ultime dai miei tempi son paecchio cambiate, per quanto mi consta, ma di sicuro in peggio, com'é coerente con l'esplosione dell'ideologia concentrazionaria in corso.
Vi faccio, per puro esempio, la descrizione di una giornata normale nel carcere cagliaritano di Buoncammino, ambo le sezioni, normale carcere giudiziario, anno 1978.
Cella con tre castelli a due o tre letti sovrapposti, quattro metri per quattro, WC a parte. Numero medio di persone sei/sette. Scarsissima possibilità di far venire in cella amici, conoscenti, compagni. Modesta biblioteca del carcere, belle volontarie per un'ora la settimana. Vitto ministeriale molto accurato, ideale per il peso forma, abbastanza monotono (comunque in Italia si mangia in galera meglio che altrove - cosa peraltro vera pure fuori dalle galere...).Prima conta sei e trenta con battitura ferri - ce ne saranno altre quattro e quella serale di nuovo con la maledetta battitura. Aria ore nove, cortiletto cinque metri per dieci, coperto di reticolati e cemento, insieme con i detenuti della cella successiva. Chiusura ore dieci e trenta. Riapertura ore quattordici. Chiusura finale ore quindici e trenta. Celle chiuse, cancello e porta blindata (il blindato o blindo, in gergo carcerario) chiusi ventiquatt'ore su ventiquattro. Televisione in cella come da regolamento. Una cella deve avere un televisore per essere utilizzabile. Può mancare talvolta pure il letto, ma il televisore. Questo non é un centro di sterminio, é un carcere normale, in Italia. Altrove é pure peggio, nel senso che manca la Tv, il vitto é più schifoso, le guardie più carogne (da questo punto di vista si dice che in Italia le cose siano molto più grame di un tempo, perché i vermi si sentono meglio sostenuti dall pubblica opinione), ma questa é proprio la normalità. Una vita vuota, che devi riempire con le tue forze: per molti aspetti la verità della vita di tutti, sempre, con il lavoro e il dovere in meno, ma con soddisfazioni per molti aspetti equivalenti. Una vita ciclica, in cui ciò che conta é tenere duro, non si capisce bene in attesa di che cosa. Il detenuto attende la scarcerazione - ogni volta meno fiducioso rispetto la libertà e la felicità che lo attendono oltre le sbarre; ma il "civile" - quello che é già fuori, il sedicente libero, che cazzo aspetta? E pure aspetta, un po' fiducioso un po' disperato, non sa se ridere o piangere e batte le mani
Massa e impotenza
Capisco la generosa passione di chi si batte sul fronte oscuro e avaro di vittorie della solidarietà con i compagni delle carceri: ma é un tema difficile, nel quale é facile filtrino isterismi, sensi di colpa, esaltazioni e martirii, tutta roba che ti carcera la volontà prima e più potentemente di quanto qualsiasi stato sia capace di carcerarti il corpo.
Se esistono galere, in esse si
troverà sempre una cella pronta ad accogliere chi vuole vivere secondo criteri propri, in autonomia. Libertà e prigione sono l'una la negazione dell'altra, la maggioranza dice e fa un mare
di cazzate, tipo votare la Casa della Libertà (ma pure gli altri partiti), sposarsi, mandare i figli a scuola e i nonni all'ospizio e i matti in manicomio e i cani giù dal finestrino, e la casa
col mutuo, le vacanze alla pensione Sogno, le feste comandate, etc. a causa della sua disgrazia, che ha nome alienazione nella produzione e nel consumo, isolamento, passività, contemplazione. E spesso mettici, per fare
buon peso, analfabetismo e miseria. Non possiamo osservare che i più bramano la sorte più tremenda per i cosiddetti colpevoli, perché pretendono sia peggiore di quella, tremenda a sua volta, in cui vivono loro che non hanno fatto un cazzo? molta gente sogna i gulag per gli altri, perché lei, senza processo e senza condanna, vive già come in un gulag.
Solo che a me pare che i proletari abbiano la possibilità di riafferrare le proprie sorti e quelle del mondo solo se divengono la classe della coscienza, se non solo spezzano ma anche sdipanano il filo che ci lega tutti in quest'incubo che é la società della merce.
Si tratta di dire "la galera
comunque no", é una cosa che riguarda te, non loro. La galera non esiste per chi ci sta dentro
ma per chi ci sta fuori. Racconto una favola, di quando il
"movimento" era giovane, e - che é meglio - ero giovane
anch'io. Al principio degli anni Settanta una serie di motivazioni convergenti
condussero in tutto il mondo e in Italia anche di più a porre il carcere
al centro dello scontro per una liberazione generale dell'umanità, tema che
allora andava in gran voga.
Le condizioni delle carceri erano per molti versi medievali (per dirti: quasi dappertutto non c'erano né acqua né cessi, non si poteva cucinare, si usava .la divisa, c'era la censura sulla posta e sui giornali, non c'era la TV, c'era una commissione di disciplina composta da direttore-giudice, maresciallo-pm, prete-avvocato difensore; il letto di contenzione e le celle di punizione erano previste dal regolamento, etc etc). Sulla questione nacquero tre tendenze: una opportunista, di gruppi poltici che miravano a fare rumore sulla questione per guadagnare vidibilità e manovalanza, purché la direzione di tutto rimanesse in mano ai soliti noti (questo tipo di merdaioli esiste sotto tutti i cieli: mutatis mutandis esistono pure ora - suggerisco di non occuparsene, perché da un lato sono come la gramigna, dall'altro essendo agevolmente riconoscibili fanno danno fino a un certo punto); una seconda, composta di persone oneste e umane (fra cui non mancavano politici di sinistra, radicali, preti, etc che mirava a creare un fronte ampio di persone decenti che agissero per rendere le carceri meno pazzesche ; una terza composta da detenuti e amici loro delinquenti in libertà (alcuni dei quali politicizzati, sulla base di slogan tipo "abbasso i leader viva i lader") che mirava a distruggere con rivolte e sabotaggi gli istituti più inespugnabili per accedere a quelli più permeabili e di lì bell'andare, o - se ristretti in carecri non troppo sicure - prendere senz'altro la via dell'aria. Da principio il secondo e il terzo movimento non si guardarono di malocchio, anzi. Obiettivi a lunga scadenza e a breve, generali e particolari non collidono di per sé, tutti ne erano convinti (escluso qualche lungimirante). Rapidamente però, si verificarono fatti incresciosi: delegazioni del tipo B furono sequestrate da commandos del tipo C, per farne ostaggi in vista di un'evasione, i B si dissociarono dai C che li sequestravano, Poi i B chiesero che i C non si facessero rappresentare da personaggi troppo sputtanati (non facciamo nomi: Sante Notarnicola) che spaventavano i democratici. Alla fine i B incominciarono a denunciare i C come provocatori, pagati dai fascisti, o fascisti rossi, o pericolosi estremisti, o drogati irrdiucibili, o illusi pietosi: e i C conclusero che i B erano carogne, infami, venduti, vigliacchi e leccaculo, peggiori delle guardie stesse, Ti sembrano cose lontane? Ti ricordi Casarini che prendeva le distanze dagli squatters, e le polemiche a Napoli per gli scontri, e la street parade di Roma?
Viceversa, se tu andrai per la strada della libertà, che é quella delle sommosse e della distruzione delle carceri e delle evasioni individuali o di massa ( prova tu a uscire dalla metafora di quegli anni: non é facile, ma io mi ci impegno), sarè lo stato a cercare di comprarti offrendoti nuovi regolamenti, gabinetti, TV, riforme penitenziarie, leggi sulla droga, statuti dei lavoratori (quello statuto merdoso che adesso tutti difendono, ve lo ricordate che é stato dato perché gli operai "volevano tutto"?) , come é stato dal 1974 al 1977.
Le persone non migliorano, né peggiorano quando nuoiono, si ammalano o finiscono carcerate. Per il banale motivo che ciò che ciaccade non ci cambia: ci cambia ciò che facciamo, ciò che diciamo, la maniera in cui agiamo. Ciò non pregiudica il fatto che, essendo noi per la vita, il piacere di vivere, la libertà totale, necessariamente agiamo contro la morte, la malattia, la galera, SEMPRE, indipendentemente da chi ne sia colpito. Proprio per questo io reputo molto più rilevante combattre l'istituzione-galera che solidarizzare con i singoli carcerati, motli dei quali, ammettiamolo, sono dei grandissimi stronzi.
I detenuti fanno in fretta a diventar pallosi - per i compagni detenuti sembra spesso la formula che sostituisce "per le anime del purgatorio". Con questi sistemi si beccano al momento alcune monete ( e molti scongiuri) ma é davvero difficile costruire qualcosa di radicale e duraturo. Tu sai ben che il tema delle carceri mi appassiona oltre a sembrarmi centrale diciamo da un punto di vista teorico. E quindi, se ho scritto quello che ho scritto non é perché non ho presenti quelli che stanno in galera oggi. Ma occorre che comptrendiamo le ragioni per cui questa solidarietà ricade postiviamente su di noi che in questo istante siamo fuori, se vogliamo che questa si faccia forte ed efficace. E tale, fra l'altro, da attrarre non solo gli amici e gli amici degli amici, ma risorse più cospicue. E provenineti da ambiti più generali.
Consegnarsi in carcere é un atto
ignobile ESATTAMENTE come mandare in carcere un altro.
Chi
costruisce prigioni si esprime sempre meno bene di chi costruisce la libertà”
(Stig Dagerman).
Verificata nel Sessantotto la pericolosità di una società fondata sulla speranza, sul differimento all’infinito del piacere, è andata prendendo forma una società esplicitamente edificata sulla disperazione, sul piacere miserando e negativo della “sega tibetana”. Il carcere da minaccia positiva rivolta agli eccessivi, ai frettolosi, agli incontinenti, si è in tal modo convertito in consolazione per i non carcerati. Lo sforzo richiesto ai sudditi non promette più di avanzare, ma unicamente, e solo per gli eletti, di non retrocedere, di non essere risucchiati nel gorgo. Il carcerato diviene così colui che ti separa dall’ultimo gradino: più ce n’è, meglio è, alla sola condizione che tu non sia uno di loro. Per ottenere questo, ogni metodo è buono: iscriversi a tuti i possibili clube delle vittime, fare la spia, votare per candidati più forcaioli degli altri, indossare – se ammessi – direttamente la divisa della vergogna.
Per questo motivo, è senza speranza lo sforzo di chi, fondandosi su assunti vecchi e superati, chiama alla solidarietà verso i carcerati, ne promuove in qualche maniera la causa. Per essere solidali con chi subisce la repressione diretta dello stato, occorrerebbe innanzi tutto essere solidali con noi stessi, che ogni giorno ne subiamo la repressione indiretta: come si può pensare che chi passa la settimana in ginocchio, poi si levi vindice, il sabato, marciando nelle manifestazioni del rispettoso dissenso, del democratico distinguo, del responsabile ammonimento? E infatti l’approccio dei solidali, peraltro ogni giorno meno presenti e meno ascoltati, si rifà alla cultura vittimistica dominante, semplicemente pretendendo di sostituire lo scippatore allo scippato, l’assassino all’assassinato. Normale che l’impresa risulti fallimentare. Più nel civile monta il rancore disincantato del carcerato, più emerge la cinica imperturbabilità dei reietti, che vedono nelle altrui disgrazie più un oggetto di scherno che di solidarietà. Se esiste solidarietà fra detenuti, essa non deriva dalla comune disgrazia, ma dalla comune resistenza. La solidarietà lega fra loro i ribelli, o quanto meno i refrattari, non già le vittime.
Infatti, nell’ultimo periodo in cui vi fu una significativa attenzione verso la condizione dei detenuti, che in Italia corrisponde grosso modo agli anni Settanta, quest’attenzione era dovuta da un lato alla consapevolezza che tantissimi stavano dietro le sbarre in conseguenza di atti del tutto coerenti e simili con quelli commessi da chi stava fuori. Che, “but for fortune” come diceva la canzone di Joan Baez su Sacco e Vanzetti, qullo stava dentro e tu stavi fuori: E, dall’altro lato, dal fatto che i carcerati si battevano visibilmente con metodi e obiettivi coerenti con chi carcerato non era.
Se è vero, come è vero, che se ciasucno provvedesse a liberare sé stesso dalle sue proprie catene,il mondo intero sarebbe libero, occorre per tenere presente che per i reclusi di varia natura creati da una società in cui il carcere si è fatto vero e proprio contagio, queso passaggio non può determinarsi senza il concorso fattivo di molti, senza un ravvedimento operoso da parte di tutti gli obnubilati sociali. Se siamo tutti indistintamente, Aggrappati alle sbarre, chi di qua, chi di là dai cancelli, per poter pronunciare il fatale ritornello caro ai bambini “…un-due-tre…LIBERI TUTTI!” non possiamo dimenticare che le serrature stanno da questo lato di quei cancelli cui tutti siamo aggrappati, su cui tutti siamo schiacciati.
E la serratura non è solo quella delle celle in senso letterale, è anche quella che difende la proprietà, è anche quella che difende la castità. Ogni volta che si utilizza una chiave, si giustifica il senso di tutte le chiavi del mondo.
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